La regola delle 10.000 ore: falso mito o verità?

    La regola delle 10.000 ore
    • Aggiornato il: 06-11-2020

    La regola delle 10.000 ore: falso mito o verità?

    Tutta la verità sul mito della regola delle 10.000 ore e su come sfruttarla per raggiungere l’eccellenza in un determinato settore.

    “Non c’è cosa che non venga resa più semplice attraverso la costanza, la familiarità e l’allenamento. Attraverso l’allenamento noi possiamo cambiare; possiamo trasformare noi stessi.”
    (Dalai Lama)

    Lo psicologo svedese Anders Ericsson, specializzato nello studio della natura psicologica delle competenze e delle prestazioni umane, ha elaborato una teoria secondo la quale sarebbe possibile diventare un fuoriclasse in qualunque ambito, con una pratica di almeno 10.000 ore.

    Le ricerche di Ericsson si sono inizialmente focalizzate sul campo musicale, analizzando i risultati ottenuti da un gruppo di giovani violinisti, ed hanno raggiunto grande visibilità grazie al giornalista e sociologo canadese Malcolm Gladwell, che nel 2008 pubblicò il libro Fuoriclasse. Storia naturale del successo dando origine al mito della regola delle 10.000 ore.

    Il fascino di questa teoria è evidente. Nel momento stesso in cui si ipotizza che il talento non esista e chiunque può eccellere in qualunque disciplina, si genera un alto livello di motivazione e di fiducia in se stessi, motivo per cui l’argomento è entrato di diritto in quasi tutti i percorsi di crescita personale.

    Falso mito o evidenza scientifica?

    “Quando si tratta di capacità umane, entra in gioco un complesso insieme di fattori ambientali e genetici che, messi insieme, spiegano la differenza di risultati anche a parità di pratica.”
    (Brooke MacNamara)

    Per confermare o confutare questa teoria, sono stati eseguiti alcuni studi di verifica che indicano chiaramente quanto la pratica non sia sufficiente a rendere chiunque un professionista in un determinato settore. Le variabili in gioco sono molteplici, ed in funzione del campo in cui si vuole eccellere il talento e la predisposizione genetica possono avere un ruolo predominante.

    Se il puro esercizio non è sufficiente, è altrettanto vero che la probabilità di ottenere i risultati desiderati aumenta, qualora la pratica sia deliberata e faccia tesoro del meccanismo dei feedback. Durante l’allenamento, l’attenzione del performer deve essere completamente focalizzata su ciò che sta facendo. Come afferma lo stesso Ericsson: “Non si migliora con la semplice ripetizione meccanica, bensì continuando a mettere a punto la propria esecuzione per avvicinarsi sempre di più all’obiettivo”.

    Elemento fondamentale di un esercizio intelligente, è un sapiente utilizzo dell’attenzione selettiva, l’abilità di concentrare volontariamente il focus su un oggetto di interesse ben definito trascurando eventuali altri stimoli, e dell’attenzione sostenuta, la capacità di mantenere il focus attentivo per un intervallo di tempo prolungato.

    Per approfondire: I segreti dell’attenzione

    La pratica deliberata ed i feedback

    “Quando un uomo rivolge tutta la volontà verso una data cosa, finisce sempre per raggiungerla.”
    (Hermann Hesse)

    La creazione di nuovi circuiti cerebrali associati all’attività su cui ci stiamo esercitando, richiede la massima concentrazione. Se questo non avviene, il cervello non applica alcun rimodellamento sulle reti neurali relative a quella particolare operazione, e non si ottiene alcun miglioramento significativo.

    Riveste inoltre un ruolo di primaria importanza il meccanismo dei feedback, grazie al quale è possibile accorgersi degli errori che si stanno commettendo. Se si punta all’eccellenza risulterà utile affidarsi ad un esperto del settore, che grazie alla sua esperienza abbia sviluppato la sensibilità necessaria per individuare questi errori, e fornire le indicazioni necessarie per correggerli rapidamente.

    Se sussistono queste condizioni, la pratica deliberata esercitata con impegno, costanza e feedback di verifica, vince quasi sempre sul talento. Si tratta di procedere per piccoli passi nella consapevolezza dei propri limiti, affinché si creino le condizioni per superarli più e più volte.

    Per approfondire: L’arte della perseveranza

    L’incoscienza educata

    “Se uno schermidore riesce a combattere a velocità impercettibili a occhio nudo è proprio perché, mediante un prolungato addestramento ed esercizio, ha imparato a utilizzare, in modo deliberato, il meccanismo psicofisiologico della paura, convertendolo in fonte di prestazione elevata. In altri termini, si tratta di educare la nostra incosciente capacità di reagire a determinati stimoli, con un reiterato lavoro di modellamento delle risposte psico-fisiologiche.”
    (Giorgio Nardone)

    L’incoscienza educata è il neologismo coniato dallo psicologo Giorgio Nardone, per illustrare i meccanismi attraverso i quali possiamo educare la mente inconscia attraverso l’azione consapevole.

    Il performer non pensa a ciò che sta facendo, ma si immerge in uno stato di trance perfomativa che gli permette di eseguire una prestazione al massimo delle sue possibilità.

    Il paradosso della performance elevata, è che richiede un profondo coinvolgimento del sistema bottom-up, che opera al di sotto della coscienza. Se un tennista pensasse razionalmente a cosa sta facendo durante l’esecuzione di un qualsiasi colpo, è molto probabile che lo sbaglierebbe.

    D’altro canto, qualunque pratica di allenamento richiede il coinvolgimento del sistema top-down, espressione della mente razionale, che è estremamente lenta ed incapace di comunicare direttamente con la componente inconscia.

    L’esercizio reiterato, strutturato per affinare ogni dettaglio, è la componente tecnica che permette di modellare una serie di risposte psico-fisiologiche automatiche determinanti per la prestazione. Nel tempo genera una serie di schemi automatici che diventano talmente familiari da essere delegati alla mente inconscia. Attraverso questo meccanismo non solo il cervello risparmia energie, ma riusciamo a rendere le nostre abilità più veloci e semplici da eseguire.

    Per approfondire: Pensieri lenti e veloci: l’ecosistema decisionale

    La differenza fra un campione e un dilettante

    “Quando abbiamo ormai raggiunto la padronanza dell’esecuzione di una nuova routine, la ripetizione della pratica trasferisce il controllo di quell’attività dal sistema top-down, che richiede una concentrazione volontaria, ai circuiti bottom-up, che alla fine renderanno la sua esecuzione priva di sforzo; arrivati a quel punto, non avremo più bisogno di pensarci e potremo fare abbastanza bene quelle determinate azioni in modo automatico. È qui che le strade dei dilettanti e degli esperti si dividono. Arrivati a un certo punto, i primi si accontentano e lasciano che i loro sforzi diventino operazioni bottom-up.”
    (Daniel Goleman)

    Dal punto di vista neurocognitivo, l’allenamento di un dilettante è caratterizzato da un basso coinvolgimento della concentrazione volontaria, poiché la tendenza è quella di accontentarsi degli schemi automatici acquisiti nel tempo, salvo poi metterli in discussione durante la prestazione, quando il livello di difficoltà si alza. Il risultato è solitamente quello di produrre una performance inferiore alle proprie capacità.

    Il campione fa esattamente l’opposto. Si allena condizionando e migliorando costantemente gli schemi automatici del sistema bottom-up, grazie ad una attenzione al dettaglio che richiede concentrazione e profondo coinvolgimento della mente razionale.

    Durante la prestazione si affida completamente al sistema bottom-up, per sfruttarne la potenza e la velocità elaborativa. Affinché il risultato si manifesti in tutta la sua efficacia, è necessario limitare la mediazione del pensiero e lasciare spazio alla componente istintiva.

    Una volta terminata la performance, la coscienza torna protagonista per elaborare ed imparare da quanto fatto, all’interno di un processo di miglioramento continuo che renderà la prestazione sempre più spontanea, efficace e naturale.

    Risorsa Consigliata

    Oltre sé stessi. Scienza e arte della performance

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