La teoria dei tre cervelli di Paul MacLean

    La teoria dei tre cervelli
    • Aggiornato il: 28-07-2019

    La teoria dei tre cervelli di Paul MacLean

    La teoria dei tre cervelli di Paul Maclean raccontata attraverso la metafora del cervello come condominio e degli inquilini che lo abitano.

    “Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso.”
    (Luigi Pirandello)

    Le moderne neuroscienze hanno dimostrato che il nostro cervello potrebbe essere paragonato ad un piccolo condominio abitato da tre inquilini molto diversi fra loro, che quotidianamente collaborano e competono in un processo continuo, in grado di condizionare direttamente la qualità del nostro benessere psicofisico.

    Uno dei primi a intuire questa peculiarità fu Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, che nel lontano 1923 scrisse L’Io e l’Es, un saggio in cui illustra la sua idea sul funzionamento psichico del cervello umano. Secondo Freud gli inquilini che abitano la nostra mente sono tre:

    1. “Es” rappresenta l’inconscio, quell’insieme di pulsioni e istinti primitivi che ricercano sicurezza e gratificazione immediata.

    2. “Io” è quello che pensiamo di essere. Vive di razionalità e cerca continuamente di adattare i desideri e le pulsioni alimentati dall’Es, con i vincoli imposti dal contesto sociale.

    3. “Super-Io” è la coscienza morale che ci guida nel rispetto del nostro sistema di valori.

    Sulla medesima intuizione, ma con un approccio basato sullo studio dell’evoluzione del cervello umano, il neuroscienziato statunitense Paul MacLean ha sviluppato la teoria dei tre cervelli (trium brain), individuando tre componenti del cervello, ognuna delle quali ne rappresenta una particolare fase evolutiva:

    La neo-corteccia

    “L’ultimo passo della ragione, è il riconoscere che ci sono un’infinità di cose che la sorpassano.”
    (Blaise Pascal)

    La neo-corteccia potrebbe essere descritta come l’inquilino sistematico e metodico che crede di essere l’unico abitante del condominio, si illude di sapere tutto e quasi sempre vuole avere ragione. È la componente del cervello che si è evoluta per ultima, gestisce la razionalità, le capacità logiche di apprendimento, di problem solving e tutta la comunicazione interna (dialogo interno) ed esterna.

    Nonostante nell’essere umano possa raggiungere una estensione pari al 90% della superficie cerebrale, la neo-corteccia ha un potere molto limitato sulla sfera emozionale, l’elemento che maggiormente condiziona la qualità delle nostre scelte e dei nostri comportamenti. Poiché sin dalla nascita il cervello è programmato per risparmiare energie, tende ad utilizzare delle scorciatoie mentali chiamate euristiche che scavalcano la ragione, coinvolgendo altre aree del cervello più legate all’intuito ed alle emozioni che garantiscono un consumo energetico minimo.

    Per approfondire:I bias cognitivi ed i limiti della ragione

    Il sistema limbico o cervello emotivo

    “Innanzi tutto, l’emozione! Soltanto dopo la comprensione!”
    (Paul Gauguin)

    Il cervello emotivo è l’inquilino adolescente che vive di emozioni, sensazioni, attaccamento e passioni.

    In questa parte del cervello assume un ruolo di primaria importanza l’amigdala, una piccola regione a forma di mandorla che gestisce il processo di memorizzazione di tutti gli eventi collegati ad emozioni forti (condizionamento della paura). Un livello elevato di attivazione dell’amigdala provoca quello che lo psicologo Daniel Goleman ha definito con il termine di sequestro emozionale (Amygdala Hijack), una reazione emotiva incontrollata che esclude la componente razionale del cervello, genera sensazioni fisiologiche sgradevoli come aumento del battito cardiaco, della pressione, della sudorazione e attiva una serie di comportamenti primordiali.

    La pratica costante della mindfulness, un tipo di meditazione i cui benefici sono stati riconosciuti a livello scientifico, ha la capacità di ridurre dimensione e livello di attivazione dell’amigdala, con il grande vantaggio di renderci meno schiavi delle nostre emozioni e più consapevoli dei nostri pensieri e delle nostre azioni.

    Per approfondire: Sistema limbico e decisioni

    Il cervello rettiliano

    “Uccidere o essere ucciso, mangiare o essere mangiato, era la legge.”
    (Jack London)

    Il cervello rettiliano è la componente più arcaica, la cui anatomia assomiglia a quella del cervello dei rettili. Rappresenta l’inquilino più selvaggio e primitivo del cervello, che vive per soddisfare i bisogni primari.

    Essendo l’espressione principale dell’istinto di sopravvivenza, il cervello rettiliano governa la strategia di fight/fly, secondo la quale ogni volta che sentiamo minacciata la nostra incolumità ci attiviamo per combattere oppure per fuggire dalla minaccia.

    Come gestire il “condominio cervello”?

    “Non cercare la soluzione, trova l’equilibrio: esso porterà la soluzione.”
    (Swami Satchidananda)

    Il livello di equilibrio che esiste fra gli inquilini che abitano il “condominio cervello” ha un impatto diretto sulla qualità della nostra vita. Per gestirli con efficacia è necessario sviluppare tre abilità:

    1. Consapevolezza – Essere consapevoli dei meccanismi di funzionamento della nostra mente è il primo passo per diventare più consapevoli di quello che siamo e soprattutto di quello che non siamo.

    Un tema centrale della mindfulness è che “noi non siamo i nostri pensieri, ma molto di più”. La consapevolezza di essere molto più dei nostri pensieri permette di osservarli con maggiore distacco, di limitarne il condizionamento e di sviluppare quello che Russ Harris, psicoterapeuta australiano padre dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), definisce con il termine di “Sè osservante”, una peculiarità estremamente potente dell’essere umano che ci permette di valutare l’utilità dei nostri pensieri in funzione di quelli che sono i nostri obiettivi e valori di vita.

    Per approfondire: Mindfulness: l’importanza della consapevolezza

    2. Dialogo interno (self talk) – Rappresenta il modo in cui parliamo con noi stessi, ed è l’espressione principale della neo-corteccia, l’unica parte del cervello in cui esiste il linguaggio. Potremmo immaginarlo come la voce dell’inquilino razionale, particolarmente inconsapevole dei meccanismi inconsci che condizionano e talvolta boicottano i suoi ragionamenti.

    Secondo alcuni studi il dialogo di questo particolare inquilino può raggiungere decine di migliaia di parole al giorno e influenza costantemente la qualità delle nostre emozioni, che loro volta influenzano stati d’animo, decisioni e comportamenti. Le parole sono importanti e il vocabolario che utilizziamo per parlare con noi stessi dovrebbe essere analizzato ed eventualmente corretto per eliminare tutti quei vocaboli che minano la fiducia in noi stessi e tendono ad enfatizzare gli aspetti negativi senza dare una prospettiva di soluzione al problema.

    Per approfondire: Il dialogo interno

    3. Focus – Quello su cui ci focalizziamo diventa la nostra realtà percepita. Una mentalità orientata al pessimismo svilupperà la tendenza a vedere tutto negativo, perdendo di vista quanto di bello e importante c’è nella vita di ognuno di noi.

    Semplici accorgimenti come manifestare gratitudine e l’utilizzo di domande costruttive che poniamo a noi stessi, aiutano a indirizzare correttamente il focus e modificare la percezione della realtà in un ottica di crescita, miglioramento personale ed equilibrio psichico.

    Per approfondire: Focus e percezione della realtà

    Parlare ai tre cervelli

    “La comunicazione avviene quando, oltre al messaggio, passa anche un supplemento di anima.”
    (Henri Bergson)

    Quando comunichiamo, il tipo di comunicazione utilizzato può attivare maggiormente una delle tre aree del cervello, con effetti diretti sull’efficacia comunicativa e sul livello di persuasione generato:

    – un dialogo ricco di riferimenti e dati oggettivi coinvolgerà principalmente la neo-corteccia, favorendo il ragionamento logico e razionale;

    – un dialogo che evoca rischi e paure attiverà il cervello rettiliano, regalando potere all’istinto di sopravvivenza che si predisporrà alla lotta o alla fuga;

    – un dialogo emozionale, capace di parlare alla “pancia delle persone” e di generare empatia, sarà in grado di condizionare le scelte dei nostri interlocutori.

    Per approfondire: Comunicazione strategica e persuasione

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